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mercoledì 23 giugno 2010

Cronache familiari del ventennio


Mi sono tornate in mente tre storie minime. Tre storie che fanno parte di quell'epica familiare, un tempo tramandata oralmente da nonne e vecchie zie zitelle, magari la sera a veglia, davanti al camino. Quelle storie che col passare degli anni divenivano sempre più elaborate arricchendosi sempre di più di elementi magici (dai sogni premonitori, alle streghe, ai morti che ritornano), fino a divenire una vera e propria mitologia familiare, talvolta con tanto di veri e propri "numi tutelari", trasformando qualsiasi "stirpe" più o meno normale in una sorta di famiglia Buendia.


Sapendo che in genere queste storie interessano solo i membri della famiglia, mi limiterò ad alcuni elementi essenziali:




Prima storia


Mio nonno paterno si chiamava Decimo, era nato nel 1891. Era un anarchico "naturale", nel senso che certamente non aveva letto Bakunin e che forse non aveva mai neppure udito il termine "anarchia"; era semplicemente refrattario all'autorità e alla disciplina imposta da qualcun'altro. A sei anni, pochi giorni dopo l'inizio della scuola, si rifiuta di tornarci, scelta non osteggiata dai genitori che lo misero subito a lavorare nell'osteria di famiglia. Dopo qualche anno da emigrante in Svizzera, fu richiamato in Italia allo scoppio della Prima guerra mondiale. Fu arruolato e spedito al fronte, non so dove. Ma non aveva alcuna intenzione di morire per il Re, per cui si procurò una malattia agli occhi che lo accompagnerà per qualche anno. Tuttavia ottenne il suo obiettivo, quello di farsi riformare. Anni più tardi, quando il fascismo era governo da oltre 10 anni fu chiesto a lui e a sua moglie Amelia, nata nel 1897, di cedere la fede nuziale al governo per finanziare la guerra di Etiopia. Era la campagna dell'"oro alla Patria". I due, pur sapendo che non rispondere a questo invito avrebbe causato una "attenzione particolare" della camicie nere, decisero di gettare le fedi nuziali nel pozzo, per evitare di ripensarci, magari dopo essere stati intimoriti da qualche picchiatore locale. Cosa che avvenne (mio nonno fu picchiato una sera mentre si recava al bar per la solita briscola con gli amici), ma ormai le fedi nuziali giacevano sul fondo del pozzo. Ancora un paio di anni e mio nonno fu posto davanti ad un altro ricatto: o prendeva la tessera del PNF o nessuno l'avrebbe più fatto lavorare (a quei tempi faceva il cavatore di rena). A quei tempi aveva cinque figli e nessun altro reddito, oltre all'affitto da pagare. Ma mio nonno non ci pensò un attimo. Non avrebbe mai aderito al fascismo. Perse il lavoro e la famiglia precipitò nell'indigenza più estrema.




Seconda storia:


Mio nonno materno si chiamava Nello, era nato nel 1907. Quando Mussolini andò al potere aveva 15 anni. Con alcuni amici si divertiva a mettere in pratica una forma di opposizione "goliardica" al regime: salivano su un poggio coperto di boschi e cantavano a squarciagola l'Internazionale, fino all'arrivo della camionetta delle camicie nere. Quindi, fra grasse risate, si disperdevano nei boschi ed attendevano che i fascisti (che si guardavano bene di avventurarsi nella selva) se ne andassero. Dopo di che ricominciavano a cantare. Questa credo che sia stata la sua unica attività politica. Di politica, anche dopo la guerra, non ne parlava mai. Diceva solo di ammirare Pietro Nenni.


Alla fine degli anni '30 aveva quattro figli, una casa da pagare e un moglie sarta che non guadagnava molto, dovendosi più che altro dedicare alla cura dei bambini. Mio nonno faceva l'operaio filatore nell'azienda di un suo cugino, che un giorno lo chiamò e gli disse che se non avesse preso la tessera del PNF avrebbe dovuto cacciarlo. Mio nonno rispose subito, senza tentennamenti. Non avrebbe preso quella tessera. Venne licenziato e la famiglia si ritrovò a dover vivere con il misero reddito di mia nonna. La quale fu comunque contenta della scelta fatta dal marito.



Terza storia:


Mio zio Enzo era nato nel 1923, era il fratello maggiore di mio padre. L'8 settembre del 1943 faceva il soldato vicino a Bolzano. Si riteneva fortunato, perché Bolzano si trovava sul confine con il Terzo Reich, quindi ben lontano dal fronte. Invece fu uno dei primi ad essere catturato dai soldati della Whermacht e ad essere spedito in un campo di concentramento in Westfalia. Appena arrivato, lui ed i suoi commilitoni, trovarono un ufficiale saloino che offrì loro l'arruolamento nell'esercito della RSI, in cambio della liberazione, offrendo la possibilità di "riscattare l'onore d'Italia" e soprattutto licenze e possibilità di rivedere i propri cari a breve. Mio zio e molti altri rifiutarono e rimasero nel lager. Dopo qualche settimana di lavoro durissimo e di una dieta abbastanza misera (mio zio ricordava che, per mangiare qualcosa in più andava a raccogliere le bucce delle patate nella spazzatura della guarnigione del campo... e attenti a non farsi vedere!) l'ufficiale repubblichino tornò alla carica. Di nuovo quasi tutti rifiutarono. Qualcuno cedette, per la voglia di rivedere la fidanzata, qualcuno perché non sopportava più quella fatica, o quella fame, o quelle umiliazioni. Passano altre settimane, stessa storia e ancora quasi nessuno accetta la proposta. E via così fino alla fine. Mio zio tornò a casa solo due anni più tardi, dopo la caduta del nazismo, facendosi la gran parte del viaggio a piedi. Per due anni resistette alla voglia potente di riabbracciare la propria fidanzata, i propri genitori, i propri fratelli e sorelle. Per due anni sopportò quella fatica, quella fame, quelle umiliazioni. I vicini di casa, che lo avevano visto nascere, non lo riconobbero tanto era denutrito. Aveva resistito al ricatto di quell'ufficiale fascista.
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Tre storie normali, quindi. Come forse ce ne sono in quasi tutte le famiglie. Non si parla di eroi dalle gesta leggendarie. Solo di persone comuni che, di fronte ad odiosi ricatti, scelsero di non perdera la propria dignità e di poter continuare a camminare con la schiena dritta. La storia ha dato loro ragione ed io sono orgoglioso di loro. Tre storie che, chissà perché, mi tornano in mente proprio oggi, all'indomani del plebiscito di Pomigliano.

venerdì 18 giugno 2010

Pomigliano, Italia


La storia è tristemente nota: l'Ad della Fiat, Sergio Marchionne, annuncia un nuovo modello di lavoro nello stabilimento di Pomigliano: turni più pesanti, straordinario obbligatorio (!), divieto di sciopero. Non è una proposta, è una affermazione: o così o la Panda la continuiamo a costruire in Polonia. Fim e Uilm accettano, il Governo esulta (si sono divisi, Fiat e Governo, i compiti per quanto riguarda l'attacco alla Costituzione). La Fiom si opone con fermezza, scontando anche qualche attrito interno alla Cgil. Quello che però sconvolge è certo centro-sinistra che in sostanza dice: "è vero la proposta di Marchionne è dura, quasi irricevibile. Un vero e proprio ricatto... però..." e qui parte la solita sequela: meglio lavorare in brutte condizioni piuttosto che non lavorare affatto, l'assenteismo, il rischio delocalizzazioni.... Insomma, un armamentario dialettico complementare a quello di Fiat e Governo.


Il punto è, però, un altro: se si accettano i ricatti, se si accetta il fare carta straccia della costituzione (nello specifico art. 40 e 41) si sa dove si comincia e non dove si finisce. Alla competizione al ribasso non c'è mai limite... e di strada ce n'è da fare se vogliamo arrivare competere non con la Polonia, ma con la Cina, dal punto di vista dei salari. Sorvolo sul fatto che per uscire dalla crisi la strada non dovrebbe essere quella della competizione sui costi di produzione, ma quella dell'investimento in ricerca e tecnologia, cosa che questo governo (ma anche quelli precedenti) evidentemente non condivide, vista la situazione dei nostri ricercatori, vista la condizione della nostra scuola, visti i continui tagli alla cultura e alla ricerca. Perché mi si deve spiegare come mai se è vero che il primo esportatore mondiale è la Cina, come mai il secondo (a ruota) è la Germania, che ha salari molto più alti dei nostri e la nostra stessa moneta. E poi: come mai chi si straccia le vesti (giustamente) quando si parla di attacchi alla costituzione che riguardano magari la libertà di stampa o la giustizia, è disponibile a tollerare attacchi altrettanto gravi alla costituzione sul lavoro? Attacchi che peraltro non arrivano neppure dalla politica, ma direttamente da un "padrone" (che da questa "Repubblica fondata sul lavoro" ha ottenuto anche lauti aiuti economici). Perché, appunto, la Costituzione dice che l'"Italia è una Repubblica fondata sul lavoro". La Costutuzione italiana non è solo un complesso ed elegante sistema di equilibri fra i poteri, né un semplice elenco di diritti e doveri. E' soprattutto la legge fondamentale di uno stato che, pur all'interno del campo occidentale, quindi capitalista, si poneva la priorità di difendere il lavoro e tutelare le classi più deboli. Per questo oggi Berlusconi non va solo combattuto per i suoi attacchi alla magistratura, alla libertà di stampa, ma anche e soprattutto per i suoi attacchi schiettamente e coerentemente DI CLASSE ai lavoratori. E come lui va combattuto chiunque faccia carta straccia della Costituzione. Ed una azienda che si permette di "disapplicare" i diritti dei lavoratori entro i propri cancelli, di fatto fa carta straccia della Costituzione. La lotta della Fiom riguardo a Pomigliano ha un valore che va oltre quella fabbrica: comporterà una "riforma costituzionale de facto" che poi sarà estesa a tutti i luoghi di lavoro, a tutti i lavoratori. E' una lotta che guarda molto molto lontano, su entrambi i fronti, anche quello confindustriale. Non a caso dopo la battaglia di CGIL e PCI sul referendum per il recupero dei punti di contingenza (credo fosse l'85...) è arrivata la fine della scala mobile, il lavoro atipico, la legge 30, l'attacco all'articolo 18... fino ad arrivare a Pomigliano, che segna un punto di svolta perché non si limita ad attaccare solo diritti conquistati con lotte durissime, ma attacca direttamente il diritto di sciopero e la possibilità stessa dei lavoratori di rivendivcare i propri diritti. Il lavoro è un valore in quanto permette di avere un posto nella società ed una dignità. Se non permette più tutto ciò diviene schiavitù. Con la differenza che almeno agli schiavi si garantiva vitto e alloggio...