Il numero del dicembre 2010 della rivista "Theorema - Rivista italiana di sicurezza, geopolitica e intelligence" riporta un interessante articolo firmato "l. t." (Luciano Tirinnanzi?) dal titolo "Golpevoli", nel quale si cerca di descrivere il ruolo dei servizi segreti nella strage di Piazza Fontana, la prima di una lunga e triste serie di stragi generalmente definite "stragi di stato", che furono l'ingrediente principale della strategia della tensione. In realtà nell'articolo non si dice niente di più di quello che di fatto si sa già, tuttavia l'autore dell'articolo ha il merito di affermarlo esplicitamente senza falsi pudori ed in modo avalutativo, astenendosi cioè, per quasi tutto l'articolo, da giudizi morali, come si addice ad un conoscitore dei servizi segreti. Del resto, come ebbe a dire Jurij Vladimirovic Andropov, segretario generale del PCUS dal 1982 al 1984, e soprattutto capo del KGB dal 1967 al 1982, "l'intelligence non prevede il concetto di moralità". Questa citazione serve per una necessaria premessa: è ovvio che chi lavora per i servizi segreti non sia avvezzo agli scrupoli. Vale per tutti, ad ogni latitudine, in ogni epoca, a prescindere dalla forma di stato o di governo cui sono a servizio. L'intelligence non è un ente di beneficenza. Questo è risaputo e quindi non può destare scandalo.
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lunedì 3 gennaio 2011
Stragi fasciste sì, però democratiche!
Il numero del dicembre 2010 della rivista "Theorema - Rivista italiana di sicurezza, geopolitica e intelligence" riporta un interessante articolo firmato "l. t." (Luciano Tirinnanzi?) dal titolo "Golpevoli", nel quale si cerca di descrivere il ruolo dei servizi segreti nella strage di Piazza Fontana, la prima di una lunga e triste serie di stragi generalmente definite "stragi di stato", che furono l'ingrediente principale della strategia della tensione. In realtà nell'articolo non si dice niente di più di quello che di fatto si sa già, tuttavia l'autore dell'articolo ha il merito di affermarlo esplicitamente senza falsi pudori ed in modo avalutativo, astenendosi cioè, per quasi tutto l'articolo, da giudizi morali, come si addice ad un conoscitore dei servizi segreti. Del resto, come ebbe a dire Jurij Vladimirovic Andropov, segretario generale del PCUS dal 1982 al 1984, e soprattutto capo del KGB dal 1967 al 1982, "l'intelligence non prevede il concetto di moralità". Questa citazione serve per una necessaria premessa: è ovvio che chi lavora per i servizi segreti non sia avvezzo agli scrupoli. Vale per tutti, ad ogni latitudine, in ogni epoca, a prescindere dalla forma di stato o di governo cui sono a servizio. L'intelligence non è un ente di beneficenza. Questo è risaputo e quindi non può destare scandalo.
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martedì 6 luglio 2010
Intervento alla presentazione del libro "Memorie comuniste" di Renzo Bardelli

“Memorie comuniste”, ultima fatica editoriale di Renzo Bardelli è un libro ambivalente: da una parte una critica ferrea e spietata (che talvolta mi pare sfociare nel livore e nel risentimento, quindi difettando di “lucidità” dell’analisi) all’esperienza del cosiddetto “socialismo reale”, del PCI (specie di quello pistoiese), di tutto il movimento comunista internazionale del XX secolo. Dall’altra il riconoscimento del grande afflato ideale che ha animato la vicenda di quel partito.
Comprendo questa “ambivalenza”, perché dalle pagine di questo libro traspare la grande “passione” di Bardelli per il Partito Comunista Italiano. E come tutte le grandi passioni, quella di Bardelli per il suo vecchio partito, è un complesso di sentimenti anche contraddittori fra loro. Come i grandi amori che contengono sempre una stilla d’odio; come l’odio più intransigente, che contiene sempre un po’ di ammirazione. Questo mi pare essere stato il PCI per Renzo Bardelli. Il grande partito di popolo che lo accoglie, ne fa un dirigente ed un amministratore stimato, ma che dispensa grandi delusioni, affronti tutti politici, certo, ma che assumono una coloritura “personale”. Il grande partito che dà l’opportunità di conoscere il mondo (si vedano i viaggi in Grecia, Jugoslavia, Russia eccetera che Bardelli fa grazie al PCI), di conoscere persone dalle quali imparare, ma che fa anche piangere, e non metaforicamente.
Comprendo questa “ambivalenza”, perché dalle pagine di questo libro traspare la grande “passione” di Bardelli per il Partito Comunista Italiano. E come tutte le grandi passioni, quella di Bardelli per il suo vecchio partito, è un complesso di sentimenti anche contraddittori fra loro. Come i grandi amori che contengono sempre una stilla d’odio; come l’odio più intransigente, che contiene sempre un po’ di ammirazione. Questo mi pare essere stato il PCI per Renzo Bardelli. Il grande partito di popolo che lo accoglie, ne fa un dirigente ed un amministratore stimato, ma che dispensa grandi delusioni, affronti tutti politici, certo, ma che assumono una coloritura “personale”. Il grande partito che dà l’opportunità di conoscere il mondo (si vedano i viaggi in Grecia, Jugoslavia, Russia eccetera che Bardelli fa grazie al PCI), di conoscere persone dalle quali imparare, ma che fa anche piangere, e non metaforicamente.
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